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Care compagne e compagni, con tutte le difficoltà oggi possiamo dire di aver celebrato un buon congresso.
Occasione di riflessione, senza compatimento ed autoassoluzione.

Per parlare di noi e del paese, delle nostre difficoltà e di quelle di
un’Italia che arranca, sempre più stancamente:
parafrasando Woody Allen se i socialisti sono malati anche il paese non sta molto bene.

Non sta bene e non può stare bene un paese vecchio in tutti i suoi centri decisionali, vecchio nelle istituzioni, vecchio nel modo di pensare.
Da W. Allen ai Fratelli Coen potremmo dire che questo non è un paese per giovani : lo ha argomentato Pierlugi Battista sul Corsera qualche giorno fa, abbiamo provato a denunciarlo nelle tesi congressuali, con l’aggiunta di qualche piccola proposta, convinti che in un paese in cui si rottama di tutto il più antico partito d’Italia può ancora contribuire a “valorizzare il vecchio per aiutare il nuovo”.

Se accedessimo alla brutale logica dell’inutilità del vecchio, però, dovremmo
rottamare la Repubblica, anziana di 62 anni, la Politica, i cui protagonisti sono per due terzi over 65;
l’Economia, diretta da Manager non più giovanissimi, fondata su grandi imprese familiari, così come le professioni, tramandate di generazione in generazione.
Dovremmo rottamare il nostro Welfare, architettato per anziani (nel sistema
pensionistico come nel riparto dei fondi per la sanità, dove un anziano “vale”
più un neonato) senza alcuna protezione per i giovani, ed il nostro sistema
energetico, ancora in gran parte fondato sui vecchi idrocarburi anziché sulle
giovani energie rinnovabili.
Dovremmo rottamare la Giustizia, che giustamente pone la incompatibilità con il regime detentivo per i settantenni ma non per i minori e prevede un diritto di famiglia fondato sul matrimonio che non riconosce forme di convivenza utilizzate da quasi 4 milioni di giovani coppie nel nostro paese.
Dovremmo rottamare lo Statuto dei Lavoratori, che offre garanzie ai lavoratori
dipendenti e nulla per gli atipici, in gran parte giovani ed il sistema creditizio, che pone spesso insormontabili difficoltà di accesso ai mutui alle giovani coppie come ai giovani imprenditori o ai giovani professionisti.
Dovremmo rottamare tagli e riforme del sistema di istruzione, scuola, università e ricerca, che smantellano un’offerta formativa pubblica puntando su presunte eccellenze private, scuole e fondazioni universitarie, cui potranno
accedere solo pochi e privilegiati figli di, disinvestendo sull’unica vera grande materia prima di questo paese: il sapere, l’intelligenza, la creatività,che da sole, se valorizzate e non sprecate, basterebbero a farci un grande paese.
Dovremmo rottamare, insomma, l’intero paese, ed in primis chi giovane non è:
sappiamo invece che gli anziani possano essere una straordinaria risorsa del
Paese, tanto più se saremo capaci di dar loro una nuova e più ampia funzione, facendoli sentire più utili alla società, trasformandoli da "fine" della politica (come appaiono nella Italia di oggi) a "mezzo", nell'ottica di un futuro che renda il giovane sempre più partecipe.
E’ anche questo il Partito Socialista, il partito che attraverso le esperienze dei “vecchi” vuole dare ai giovani la possibilità di avere qualcosa di più e di partecipare alla costruzione di un'Italia migliore, superando l'attuale contrapposizione che vede vincente la gerontocrazia.
Siamo convinti, infatti che il merito prescinda dall'età e che la contrapposizione tra giovani ed anziani sia solo una tensione in più in un paese già troppo profondamente diviso al proprio interno: perciò occorre un Patto Intergenerazionale che non escluda ma includa, in cui ciascuno abbia un ruolo, e sopratutto una chance, un’occasione per mostrare il proprio talento, per concorrere ad armi pari, ma senza abbandonare chi è più indietro.
Un patto per un paese migliore, un patto per un paese più giusto.

La crisi renderà il nostro paese ancora peggiore più diseguale, più ingiusto.
Berlusconi in questi mesi voleva convincerci che la crisi non ci fosse. La triste realtà è che c’è e che a pagarla sono sempre gli stessi: i meno garantiti e i più deboli.
La pagano i pendolari,  costretti a fare i conti con i tagli al trasporto pubblico locale e gli aumenti delle tariffe autostradali; la pagano i lavoratori, costretti come a Pomigliano a scegliere tra diritti e lavoro;
La pagano gli invalidi con l’innalzamento all’85% per l’ottenimento dell’assegno;
 la pagano i cittadini del Mezzogiorno, costretti  a fare i conti con aumenti dell’Irap ed Irpef, una strage di quello che sarà il federalismo leghista, né responsabile né solidale, semplicemente egoista;
Non la pagano le banche, forti di solide amicizie, a destra come a sinistra…
Non la paga la Chiesa, che ancora ha i suoi immobili esenti dall’Ici, ed ha lo sconto del 50% dell’Ires.

Due anni di governo Berlusconi hanno reso questo paese meno libero, nel lavoro, nell’esercizio del voto, con milioni di elettori privi di rappresentanza; nell’informazione che una legge bavaglio si preoccupa di comprimere e anche nell’economia dove con la legislazione in deroga ha drogato ogni forma di concorrenza.
C’è solo una libertà in più, quella di delinquere, grazie all’immunità dello scudo per i potenti e del condono per i furbi e se sei mafioso, la qualifica di “eroe”.
D’altra parte viviamo in un paese in cui in galera ci vanno solo i poveracci:  ci illudiamo di avere abolito la pena di morte ma poi consentiamo un sistema carcerario che produce oltre 60 suicidi l’anno, frutto di una disperazione chge vale appena qualche riga di cronaca sui nostri giornali
 Perciò serve la sinistra, perciò serve un più grande partito socialista, che sia il partito del merito, della solidarietà, il partito in un paese di “figli di”  che sia dei figli di enne enne.
Il partito delle libertà, il partito dell’ecologia, il partito dell’innovazione e soprattutto il partito della speranza.
 La sinistra ha perso infatti quando ha smesso di alimentare “il sogno”, il sogno che se nasci figlio di operaio non per forza dovrai fare l’operaio o il bracciante agricolo se sei figlio di bracciante agricolo;
 il sogno che si possa avere un lavoro senza dover invecchiare a fianco ad un telefono aspettando la chiamata;
il sogno che una donna non debba scegliere tra esser madre e lavoratrice, o che possa far carriera anche se non è carina e disponibile;
il sogno di poter invecchiare sapendo che c’è chi si occuperà di te,
il sogno che se nasci diversamente abile puoi essere ugualmente utile;
il sogno che se sei omosessuale non corri il rischio di essere menato perché cammini per strada mano nella mano;
il sogno che se convivi per vent’anni con la persona che ami non hai bisogno di un “contratto” per avere i diritti;
il sogno che se paghi le tasse non sei considerato “un pirla”
Ridare speranza a un nostro popolo. Questa è la nostra missione.
In Italia e in Europa in questi anni abbiamo visto una sinistra senz’anima, svenduta sull’altare della governabilità a tutti i costi, che è arrivata a teorizzare l’ aziendalizzazione del welfare;
una sinistra arrogante, cialtrona, presuntuosa, che nei mesi scorsi in nome di alchimie politiche, pretendeva di scegliere nel buio di una stanza romana chi dovesse governare la Puglia.
Noi abbiamo oggi l’ambizione di contribuire a ricostruire la sinistra, nuova e diversa.
La sinistra delle idee e del fare, delle libertà e delle opportunità, dei meriti e delle tutele: ma la sinistra non si ricostruire in laboratorio con un po’ di Pd, due terzi di Sel, ed una spruzzata verde;
non la si ricostruisce sommando pezzi di gruppi dirigenti,
la si ricostruisce con i valori.
Berlusconi ha infatti vinto imponendo il suo modello culturale fondato sull’egoismo che è figlio della paura, quella paura che ti fa odiare l’immigrato perché temi possa prenderti la casa popolare o il posto di tuo figlio all’asilo nido.
Noi possiamo vincere imponendo il modello della solidarietà.
Vale per il Paese e vale per noi, per la nostra comunità.
Dal ’93 in poi  non sempre c’è stata tra di noi e tra i vecchi dirigenti. Ce ne è uno solo che ha passato questi anni a sostenerci, aiutarci e consigliarci: è Ugo Intini, grazie Ugo!
Per quanto mi riguarda questi due anni di lavoro con Riccardo e la Segreteria sono stati un privilegio e di questo li ringrazio.
A Montecatini sapevamo di avere iniziato una lunga marcia di cui Perugia è solo una tappa,
Il cammino è ancora lungo, ma come ci ha insegnato Mao: “Un lungo cammino comincia con un piccolo passo”,  e questo congresso è un piccolo passo per rendere vivo e attuale il socialismo.
Per farlo dovremo dar vita ad un nuovo modello di partito.
Investire sui giovani, sulle tante ragazze e ragazzi che lavorano nel partito in periferia.
Dare spazio a nuove forme di aggregazione, rendere le nostre sezioni più attraenti, farne luoghi  “del fare” anziché  “del parlare”,
Dobbiamo farci carico di recuperare una sintonia con il Nord del Paese, perché finché saremo residuali lì, resteremo un partito di nicchia e noi non vogliamo diventare una fondazione culturale.
Convinti che il socialismo non sia da museo, ma dovremo riuscire a renderlo attuale. 
Non esiste il socialismo in “purezza”. C’è quello italiano, c’è quello francese, quello anglosassone, quello del nord Europa,
C’è quello europeo e quello internazionale, frutto della contaminazione delle diverse elaborazioni.
C’è quello del Novecento.
Ora dobbiamo elaborare quello del secolo nuovo e per questo serviranno nuove energie, con punti di vista storie ed esperienze anche diversi dalle nostre. Dovremo ripensarlo il socialismo, contaminarlo, dotarlo un nuovo vocabolario, farne il muro culturale su cui poggiare i nuovi e diversi bisogni perché nuova e diversa è la società in cui viviamo.
Solo così la nostra storia potrà continuare, solo così avremo davvero reso omaggio alla nostra storia.
Una storia bellissima, una storia socialista!

 

 

 

 





di Marco Di Lello

Non è un paese per giovani : lo ha argomentato Pierlugi Battista sul Corsera qualche giorno fa, abbiamo provato a denunciarlo nelle tesi congressuali, con l’aggiunta di qualche piccola proposta, convinti che in un paese in cui si rottama di tutto il più antico partito d’Italia può ancora contribuire a <valorizzare il vecchio per aiutare il nuovo>.
Se accedessimo alla brutale logica dell’inutilità del vecchio, però, dovremmo rottamare la Repubblica, anziana di 62 anni, la Politica, i cui protagonisti sono per due terzi over 65, l’economia anziana, diretta da Manager non più giovanissimi, fondata su grandi imprese familiari, così come le professioni, tramandate di generazione in generazione.
Dovremmo rottamare il nostro Welfare, architettato per anziani (nel sistema pensionistico come nel riparto dei fondi per la sanità, dove un anziano <vale> più un neonato) senza alcuna protezione per i giovani, ed il nostro sistema energetico, ancora in gran parte fondato sui vecchi idrocarburi anziché sulle giovani energie rinnovabili.
Dovremmo rottamare la Giustizia, che giustamente pone la incompatibilità con il regime detentivo per i settantenni ma non per i minori e prevede un diritto di famiglia fondato sul matrimonio che non riconosce forme di convivenza utilizzate da quasi 4 milioni di giovani coppie nel nostro paese.
Dovremmo rottamare lo Statuto dei Lavoratori, che offre garanzie ai lavoratori dipendenti e nulla per gli atipici, in gran parte giovani ed il sistema creditizio, che pone spesso insormontabili difficoltà di accesso ai mutui alle giovani coppie come ai giovani imprenditori o ai giovani professionisti.
Dovremmo rottamare tagli e riforme del sistema di istruzione, scuola, università e ricerca, che smantellano un’offerta formativa pubblica puntando su presunte eccellenze private, scuole e fondazioni universitarie, cui potranno accedere solo pochi e privilegiati figli di, disinvestendo sull’unica vera grande materia prima di questo paese: il sapere, l’intelligenza, la creatività, che da sole, se valorizzate e non sprecate, basterebbero a farci un grande paese.
Dovremmo rottamare, insomma, l’intero paese, ed in primis chi giovane non è: sappiamo invece che gli anziani possano essere una straordinaria risorsa del Paese, tanto più se saremo capaci di dar loro una nuova e più ampia funzione, facendoli sentire più utili alla società, trasformandoli da "fine" della politica (come appaiono nella Italia di oggi) a "mezzo", nell'ottica di un futuro che renda il giovane sempre più partecipe.
E’ anche questo il Partito Socialista, il partito che attraverso le esperienze dei <vecchi> vuole dare ai giovani la possibilità di avere qualcosa di più e di partecipare alla costruzione di un'Italia migliore, superando l'attuale contrapposizione che vede vincente la gerontocrazia.
Siamo convinti, infatti che il merito prescinda dall'età e che la contrapposizione tra giovani ed anziani sia solo una tensione in più in un paese gia troppo profondamente diviso al proprio interno: perciò occorre un Patto Intergenerazionale che non escluda ma includa, in cui ciascuno abbia un ruolo, e sopratutto una chance, un’occasione per mostrare il proprio talento, per concorrere ad armi pari, ma senza abbandonare chi è più indietro.
Un patto per un paese migliore, un patto per un paese più giusto.

 da l'Avanti! della domenica n. 22 dell'11 luglio 2010





di Marco di Lello

“La firma dell’accordo di Pomigliano non è né giusta né sbagliata, è inevitabile per salvare i livelli occupazionali”: con efficace sintesi Riccardo Nencini ha voluto sottolineare l’ineluttabilità di un accordo nella consapevolezza che le ragioni stanno da tutte e due le parti e il mercato dell’auto è globalizzato e sfugge al controllo della Fiat come della Fiom. Il rischio vero di questa vicenda appare quindi che lo stesso possa costituire un pericoloso precedente su come si affronta la sfida della globalizzazione.
In questi anni ci si è a lungo interrogati su come incentivare la produzione industriale nel nostro paese limitando la concorrenza che ci viene da dentro e fuori l’Unione Europea, specie dopo l’allargamento  a 27:
L’obiettivo, per i riformisti, è sempre stato quello di esportare diritti e garanzie per i lavoratori nei paesi più arretrati sul terreno delle tutele:oggi, per la prima volta, e con un preoccupante largo consenso del governo ma anche dell’opposizione, si accetta l’idea di competere diminuendo quelle presenti nel nostro ordinamento.
Pomigliano non può dunque essere un in alcun modo un modello perché importare ed impiantare il sistema polacco o coreano, provocherebbe un pesante squilibrio soprattutto sul fronte dei diritti dei lavoratori, ma anche perché rappresenterebbe un mero palliativo per un’economia la cui crescita dipende anche dal reddito degli operai e dalle loro condizioni di vita.
La risposta, ne siamo altrettanto convinti, non può però neanche essere il muro contro muro tra Fiat e Fiom, che, ne siamo certi, non produrra' nulla di buono ne' per gli uni ne’ per gli altri e soprattutto per i lavoratori di Pomigliano.
Quando tra le parti sociali non si trova un’intesa, quando il mercato rischia di produrre distorsione ecco dunque la necessità di un intervento dello Stato: con uno slogan che sembra uno scioglilingua "Tra la Fiom e la Fiat i socialisti scelgono i Fas, il Fse, il Fesr” abbiamo appunto voluto segnare l’assenza di un interlocutore istituzionale che in momenti di crisi può e deve svolgere un ruolo di mediazione.
Si utilizzino dunque i Fondi, nazionali e comunitari, assegnati alla Campania per formare il personale, convertire le linee produttive, modernizzare lo stabilimento e cosi' la Fiat otterra' quell'aumento di produttivita' tanto invocato senza che i lavoratori ne paghino il prezzo in termini di compressione di diritti e garanzie.
Il risultato del referendum dei lavoratori, al di là delle percentuali segna una sconfitta collettiva: perdono i dipendenti, divisi al proprio interno e quindi più deboli, perde la Fiat, che non elimina il pericolo di conflitti in grado di minare l’intesa, perde la politica, che non ha saputo mediare ed in definitiva perde l’Italia, più debole nella rete di produzione sociale.
Quanto servirebbe un grande partito socialista in questo paese...

da l'Avanti! della domenica n. 20 del 27 giugno 2010
 





di Marco Di Lello
 
Il regista iraniano Jafar Panahi, arrestato lo scorso 2 marzo, è stato rilasciato dopo che per 12 giorni Panahi aveva intrapreso lo sciopero della fame. Voce tra le più critiche verso il presidente iraniano Ahmadinejad, Panahi era stato arrestato nella sua residenza a Teheran da agenti dei servizi di sicurezza dopo aver richiesto alle autorità un visto di uscita per partecipare a una conferenza sul cinema iraniano a Berlino. Con il regista erano state prelevate anche la moglie, la figlia e altre 15 persone ospiti del regista, tra cui colleghi e attori iraniani. La scarcerazione di Jafar Panahi è avvenuta anche grazie ad una massiccia campagna di solidarietà internazionale che in Italia ha visto il Partito Socialista in prima fila attraverso la campagna OFFSIDE: in pochissimi giorni tantissime adesioni sono arrivate all’appello-manifesto lanciato dal nostro partito tra i quali personalità di diverso colore politico del mondo della cultura, dello spettacolo e dell'informazione come Carlo Verdone, Luca Sofri, Marco Travaglio, Michele Placido, Maurizio Scaparro, Vincenzo Mollica, Daniela Brancati, Alberto Abruzzese, Anna Praderio e Pascal Vicedomini. E' la dimostrazione di come un piccolo partito come il nostro, custode e portatore di valori universali come il diritto alla libera espressione del pensiero e più in generale i diritti umani, sia in grado di mobilitarsi e condurre grandi battaglie di civiltà : è questa la risposta migliore a quanti si interrogano sull’utilità del tenere in vita, con il lavoro ed il sacrificio quotidiano di migliaia di militanti del nostro partito. Non lo hanno fatto i grandi partiti, di destra e di sinistra, lo abbiamo fatto noi: piccoli si, ma ancora capaci di volare alto...





“Abbiamo fatto l'Italia. Ora si tratta di fare gli Italiani”: cosi Massimo Taparelli, marchese d'Azeglio commentò l’avvenuta unificazione del Regno avvenuta il 17 marzo del 1861. Più scettico fu invece Camillo Benso conte di Cavour, statista di rango europeo e primo ministro dell’unificazione: di lui Indro Montanelli scrisse che solo dopo l'unificazione, Cavour scese a visitare Bologna, Firenze e Pisa, ma oltre l'Arno non andò mai. E al ritorno disse al suo segretario: "Meno male che abbiamo fatto l'Italia prima di conoscerla". Un pò come la trota Bossi... A rileggere le dichiarazioni sui quotidiani di questi giorni sembra che un secolo e mezzo non siano mai trascorsi ed ancora lungo sia il cammino per una vera unità d’Italia. Le parole del Presidente Napolitano, le celebrazioni del 150° anniversario rappresentano dunque un occasione di riflessione utile sul cammino fatto e su quello da farsi : il nostro paese appare infatti sempre più una nazione senza missione, obbligata ad una transizione lunghissima ed estenuante e governata ormai, ai diversi livelli, da vertici separati dai corpi assembleari oppure in conflitto con essi. Aumentano i segni di molteplici frammentazione: tra il Nord ed il Sud, tra classi sociali, tra giovani ed anziani, tra italiani di nascita ed italiani d’adozione. Alla questione meridionale, che venne denunciata per la prima volta nel 1873 da un deputato al parlamento italiano, intendendo con essa la disastrosa situazione economica che si era venuta a creare nel Mezzogiorno d'Italia a seguito dell'unificazione italiana si contrappone oggi una questione settentrionale, con un partito, la Lega Nord, che pone il problema secondo lo schema: maggiore autonomia, federalismo fiscale, gestione autarchica del territorio. A seconda del punto di vista da cui si vuole guardare appare evidente che entrambe le questioni denunciano, pur per ragioni diverse, ed a 150 anni di distanza la debolezza dello Stato. Agli albori della nascita il nuovo Stato reagì adottando un modello amministrativo di tipo dirigista e autoritario, in cui le autonomie locali venivano sottoposte al rigido controllo del governo centrale, oggi si propone la ricetta opposta, perché opposti, in realtà sono gli obiettivi La lega Nord ha fatto della dissoluzione dello Stato unitario la propria ragion d’essere, scrivendolo, nero su bianco, nel proprio statuto: chi, nella maggioranza di governo, finge di scandalizzarsi dinanzi le sparate dei Calderoli, dei Bossi e dei vari colonnelli leghisti, mente sapendo di mentire. Il rischio concreto di questa debolezza dello Stato è che oggi, come nel 1861 a pagare siano sempre gli stessi: quei territori del mezzogiorno, che, abituati dai Borbone a costruire la propria economia sull’intervento pubblico hanno scelto, in tutti questi anni, governanti incapaci di farli camminare sulle proprie gambe. L’Italia di oggi ha un PIL pro capite superiore alla media dell’Unione Europea (103,8%) ed un tasso di disoccupazione al 2009 del 7,9%: il mezzogiorno è invece ancora molto al di sotto, basti pensare ai risultati della Sicilia (66,9 % del Pil UE e 14,3 disoccupazione), della Puglia (67,4 e 13,6), della Calabria (67,0 e 11,7) e così via; numeri impressionanti che hanno fatto dire ad Enrico Letta che “se si estrapolano le medie macroeconomiche della Campania da quelle dell’intero paese l’effetto è una media nazionale che ci fa superare Francia e Germania” : una riflessione inappuntabile che tradisce la visione di un mezzogiorno zavorra. Giustificare oltre un secolo di vani interventi in favore del sud, da Francesco Saverio Nitti e la legge per il risorgimento economico di Napoli del luglio 1904 ai Fondi europei dei giorni nostri non è facile, attesi i risultati assolutamente insoddisfacenti, eppure dopo 150 anni un dubbio rimane irrisolto: se la Germania in poco più di 15 anni è riuscita sostanzialmente ad allineare il Pil dell’est e dell’Ovest è mentre l’Italia è ancora così divisa la colpa è solo della inefficiente classe politica ed imprenditoriale del mezzogiorno o magari questà unità non la si vuole davvero fino in fondo? Sono giorni di festa, giorni di riflessione, pensiamoci...



di Marco Di Lello

E’ trascorso un mese dalle elezioni ed ancora molti compagni si interrogano su come sia andata, per i Socialisti, per la Sinistra e per il Paese
Personalmente credo che per quanto riguarda noi socialisti più che il fosso abbiamo “saltata la fossa”: chi nei mesi scorsi aveva fatto scelte diverse è stato punito dagli elettori ed anche tante forze minori escono ulteriormente ridimensionate dal voto regionale.
In tanti avremmo voluto simbolo unico in tutte e 13 le regioni, magari il nostro, ma leggi elettorali, insipienza di possibili partners e diverse valutazioni in sede locale non ce lo hanno consentito, ma è giusto sottolineare come, dopo le Politiche e le Europee, non potevamo permetterci di restare fuori anche dalle assemblee regionali, primum vivere...
Messe alle spalle alle elezioni, però, il primum vivere oggi non basta più : perciò ci apprestiamo a celebrare il nostro Congresso nazionale, per guardare avanti, per scegliere insieme che fare dei 120 anni di storia. di cultura, di ideali socialisti.
Il Paese di oggi è ancora più diviso: Nord e Sud, giovani e anziani, lavoratori dipendenti, atipici e disoccupati, laici e cattolici, italiani e immigrati : le tristi immagini delle contestazioni alle manifestazioni del  25 aprile, una giornata di festa che avrebbe dovuto celebrare l’unità del Paese, ne sono state la plastica rappresentazione.
In questo scenario il rischio disgregazione, dei valori prima ancora che politica ed economica, del Paese appare sempre più concreto, alimentato ulteriormente da un Berlusconi che umilia la terza carica dello Stato ed utilizza Bossi all’insegna del sempre attuale divide et impera.
Urge dunque un nuovo Patto sociale, contro l'epopea della furbizia alimentata da condoni fiscali, edilizi, penali, che pure in un paese di furbi quale il nostro ha un appeal considerevole.
E’ da qui che parte la lunga traversata del centro sinistra per la ricostruzione di un comune terreno di valori, che faccia sentire tutti gli italiani protagonisti del rilancio di un paese che appare quasi rassegnato alla legge della giungla.
Perciò occorre rifuggire la tentazione di facili scorciatoie: il Patto repubblicano ha un senso se serve a preservare i valori fondanti dell’Italia che vogliamo ma nessuno può pensare di proporre una moderna versione del CLN che non sarebbe compreso dagli elettori: due volte abbiamo sperimentato la coalizione larga, da Bertinotti a Mastella, due volte abbiamo fallito alla prova del Governo.
Occorre dunque costruire da subito una nuova alleanza, fondata su una comune visione del paese che da opposizione sappia guadagnarsi la credibilità necessaria per trasformarsi in alternativa di governo, impedendo che questo centrodestra assuma su di sé tre parti in commedia, Fini il Bello, Bossi il Cattivo e Berlusconi il Buono.      
Se il centrosinistra avrà il coraggio di farla fino in fondo questa lunga traversata, anche in mare aperto, noi socialisti potremmo svolgere, per quanto piccoli, un grande ruolo.
A nessuno interessa tenere in vita una piccola zattera destinata a salvare pochi tra i nostri dirigenti e pochissimo del nostro patrimonio ideale e culturale.
La nostra ambizione era e resta dar vita ad una nuova sinistra, laica, moderna, ambientalista ed inevitabilmente socialista!
Non abbiamo nessuna voglia di rinchiuderci nel nostro recinto, ma lanciamo la nostra sfida a quanti, da Bersani a Vendola ai tanti autorevoli dirigenti del composito mondo della sinistra italiana, hanno voglia di farla davvero questa traversata, di impegnarsi davvero ad offrire una diversa idea del paese, fondata sul merito, sull’inclusione, sul rigore morale.
Di questo discuteremo innanzitutto tra di noi in queste settimane di preparazione di un congresso che avrà l’ambizione di parlare al paese prima che a noi stessi, e lo faremo, ne sono certo, tutti insieme, perchè dividerci, quello sì, sarebbe davvero ridicolo!
Un momento di elaborazione programmatica, il nostro contributo nella costruzione di un programma per l’Italia che vogliamo, ma anche di riorganizzazione del Partito e di investimenti sulle nuove generazioni. Una sfida ambiziosa, ma possiamo farcela, se reggerà quel patto di solidarietà profondo che tiene insieme una comunità segnata da una diaspora e se manterremo la consapevolezza di un cammino ancora lungo che potrà portarci, alla fine, a far vivere nel paese l’idea socialista di un paese più libero e più giusto.

da l'Avanti! della Domenica n. 12 del 2 maggio 2010





di Marco Di Lello

Domenica e lunedì' circa 40 milioni di italiani saranno interessati dal voto per scegliere i Presidenti di 13 regioni e qualche migliaio di amministratori locali, ma a leggere le cronache di queste settimane di campagna elettorale sembrano essere più' consultazioni politiche nazionali che elezioni locali.
In una paese che non riesce ad uscire dalla crisi, che ha chiuso il 2009 perdendo oltre il 5% del Pil, peggior risltato degli ultimi 40 anni, che ha visto sparire quasi un milione di posti di lavoro ed ha aumentato il ricorso alla cassa integrazione del 900% ( raddoppiata nella durata) e' probabilmente naturale che il voto regionale si trasformi in un referendum sul governo, pro o contro Berlusconi.
Il premier d'altra parte sembra esserne consapevole e con un economia che annaspa, lo scandalo sul G8 ed il pasticcio delle liste non trova di meglio che organizzare un'adunata surreale di militanti filogovernativi che protestano contro l'opposizione che nel mondo e' possibile vedere solo nella Corea del Nord di Kim Jong Il, nell'Iran di Ahmadinejad e nella Bielorussia del suo amico Lukashenko. Ma l'incantesimo sembra oramai essersi spezzato e la sintonia tra il premier e quelle ampie fasce di elettori che lo hanno sostenuto fino a poche mesi fa sembra in grave crisi: gli stessi slogan di Berlusconi contro la magistratura non trovano grande comprensione nei tanti italiani che vedono ben altri problemi al vertice delle proprie preoccupazioni.
L'opposizione deve ora dimostrarsi credibile come alternativa di governo: se Piazza del Popolo ha avuto un merito e' stato quello di aver indicato un nuovo inzio, una coalizione più' coesa che ha l'ambizione di governare il Paese: e' un cammino ancora lungo che il voto del 28 e 29 puo' rafforzare.
Sono elezioni regionali, ma quasi a nessuno sembra importare...

da l'Avanti della domenica n. 8 del 28 marzo 2010





Domenica scorsa si sono tenute le elezioni regionali in Francia e ci vedo molte similitudini con le nostre elezioni regionali che terremo tra meno di due settimane.
In Francia vince il centrosinistra grazie, innanzitutto alla concretezza e alla semplicità del linguaggio della leader del Ps, Martine Aubry, che ha utilizzato, in campagna elettorale, argomenti simili a quelli che si sono ascoltati a Piazza del Popolo, a Roma, sabato passato.
Dall’altra parte, abbiamo un leader moderato, noto alle cronache più per la vita privata che per la capacità di governo e la fine di una politica spettacolo, tutta immagine e poca sostanza, andata di moda in questi anni in Francia come in Italia, a destra come a sinistra.
Ma per gli elettori della Campania c’è un'altra analogia, assolutamente singolare, che credo possa interessare maggiormente: il successo di un governatore, trionfatore con il 38% al primo turno delle elezioni per la regione Languedoc- Roussillon, Georges Freche, storico dirigente della sinistra, capace d'intercettare ampi consensi anche a destra per come affronta temi quali la sicurezza e l'immigrazione.
Entrambi i personaggi sono odiati dal proprio establishment politico (Freche è stato addirittura espulso dal Ps ed ha corso contro il Ps, esattamente come fece De Luca nel 2006), ma particolarmente amati dalla gente comune, che li apprezza anche per il linguaggio forte ed i modi spicci.
Il 28 marzo Freche correrà al secondo turno, anche con il sostegno socialista, così come De Luca, dopo non pochi mal di pancia avrà l’appoggio dell’intero centrosinistra, al netto di Ferrero che ha scelto la via della testimonianza: il paragone tra l'ex sindaco di Montpellier ed il sindaco di Salerno candidato governatore della Campania viene assolutamente naturale e, ne sono convinto il risultato delle urne del 28 marzo sarà lo stesso: il dubbio che mi rimane è se gli elettori, per far vincere la sinistra la vogliono di destra o è semplicemente il buongoverno ad essere premiato, al di là degli schieramenti? Preferisco la seconda, perchè la prima mi è troppo indigesta...

Marco Di Lello





Di Marco Di Lello

Dopo aver ricostruito L'aquila in poco più' di tre giorni, ripulito la Campania in un battito di ciglia anche lui, il re di tutti gli altari, l'invincibile Capo della protezione civile ha trovato la sua dose di Kriptonite, ovviamente di sesso femminile, e di sembianze latine.
Ma le cronache di questi mesi sono state talmente ricche di storie di politici con donnine, escort e trans da aver soddisfatto fino alla noia anche le più' pruriginose curiosita' degli italiani, tanto da poterci consentire oggi di non soffermarsi ulteriormente su quella che appare solo come l'ennesima puntata di quel rapporto perverso tra sesso e potere.
La vicenda, in uno con gli arresti di tre alti burocrati di stato, ci offre invece l'occasione per una riflessione sul rapporto che questo governo, e questa maggioranza, che pure amano definirsi liberale, hanno con l'economia ed il mercato.
Autorevoli Ministri e personalita' del Pdl da anni ci stanno infatti spiegando, attraverso interviste, libri e libelli, che occorre liberare il mercato da lacci e lacciuoli, che lo Stato puo' incentivare ma giammai obbligare un impresa, salvo tuonare contro Marchionne, reo di aver posto il tema della razionalizzazione degli impianti produttivi: ma d'altra parte tra un po' ci sono le elezioni ed un voto val pure la faccia!
E la faccia, quella tosta, il Governo non perde occasione per mostrarla ogni volta che c'e' un'opera pubblica da realizzare, un evento da celebrare, un'emergenza da gestire.
Adelante, adelante occorre far presto... e pensare agli amici: e allora altro che mercato, altro che gare, altro che concorrenza!
E cosi' il Giubileo di San Paolino (!) diventa emergenza nazionale; e cosi' le strutture per i Mondiali di nuoto non si possono realizzare con appena un lustro d'anticipo: e allora emergenza emergenza! E l'Unita' d'Italia, che ci cade cosi' tra capo e collo il prossimo anno? evento inatteso, emergenza, emergenza!
E le carceri? Le carceri non sono forse un urgenza nazionale? Ed ecco allora il nuovo Piano: una ventina di nuove e confortevoli case circondariali da realizzarsi ad opera di imprese amiche selezionate a trattativa privata e segretata: d'altra parte con tutti questi giudici comunisti in giro il rischio di soggiornarvi per qualche settimana appare concreto, e dunque è comprensibile che ci si voglia  garantire la qualita'...
E la prossima alluvione? La prossima frana? Il prossimo terremoto? Quanti decreti, leggi e regolamenti il governo ed il Parlamento dovranno emanare? E con che fatica? Ecco allora la Protezione Civile spa, e cosi' la deroga diventa principio e tanti saluti alla concorrenza! Ci volevano gli arresti per fermarli...
Questa e' l'Italia Liberale di Silvio Berlusconi, che dopo averci abituato alle leggi "ad personam" riesce ancora a stupirci con le leggi "ad amicos"... : ma nonostante tutto riusciamo ancora ad indignarci!





di Marco Di Lello

Care compagne e compagni
Torno a scrivere dopo qualche settimana di riflessione e di lavoro “sotto traccia” come vi avevo preannunciato, anche per soffermarmi sull’ultimo documento approvato dalla direzione del Partito.
Un documento che rilancia la prospettiva di una "Nuova Sinistra di ispirazione socialista, laica ed ambientalista” che era alla base della nostra idea di SeL: un’idea era vicina alla realizzazione, nell’ultimo coordinamento nazionale a cui ho partecipato era stata decisa una delegazione al congresso Pes di Praga e la presentazione in 12 regioni su 13 chiamate al voto la prossima primavera, che è stata mandata all’aria per colpa innanzitutto di quanti hanno cercato ad ogni costo di trasformare l'idea in un piccolo "partito unico". Un tentativo non solo in contraddizione con l'idea della "Nuova Sinistra Italiana" cui si sono ispirati i candidati alle elezioni europee ma destinato al fallimento per sua intrinseca natura, per l'impossibilità a costringere in una camicia di forza la pluralità delle esperienze che hanno dato vita al progetto.
Un passaggio importante questo, perchè ero e resto convinto che trasformare SeL in un partitino significa consegnarlo ad un destino insignificante: se non si muove in una cornice di marcata innovazione, non può svolgere la sua funzione di raccolta delle idee "libere" che rifiutano la "ragion di stato" del voto utile.
Quell’idea, e quel progetto originario, possono ancora vivere, seppur in forme diverse, dopo la crisi gravissima delle scorse settimane, grazie a quel “mutuo rispetto” che l’ha tenuta in vita in molte regioni, dove il senso di responsabilità dei gruppi dirigenti locali è stata maggiore di quella registrata a Roma.
Molti, dentro e fuori il PS, pensavano che noi avessimo voluto un pretesto per interrompere un percorso che in realtà non volevamo. Credo che il documento politico della direzione abbia almeno il pregio di aver fatto chiarezza sul punto: ora il vero tema è se si riuscirà nell’impresa di ripercorrere un cammino comune verso la creazione di quella nuova sinistra: sarà il nodo del congresso nazionale che celebreremo dopo le regionali ma è nei fatti che le scelte che le altre componenti di SeL faranno nelle prossime settimane, i comportamenti conseguenti ed il risultato elettorale saranno determinanti nel dibattito congressuali.
Possiamo ancora farcela a patto che si parta dalla politica: Sinistra e Libertà sta scendendo nei sondaggi proprio per la vacuità e la debolezza della propria proposta politica e lo studio del prof D’Alimonte, pubblicato sul Sole24ore del 3 dicembre conferma come senza i socialisti, è destinata inevitabilmente a rifluire verso la sinistra antagonista.
La crescita, conseguente alla crisi del nostro progetto, nei sondaggi del Pd non è tale da avvicinare un ipotetico nuovo centrosinistra al centrodestra: è la conferma che senza una forza capace di portare nel recinto di una proposta di governo quelle elettrici ed elettori che non si sentono rappresentati dal Pd, quale è stata alle scorse europee SeL, e che in assenza si rifugiano nell’astensione o nella sinistra antagonista, Berlusconi ed i suoi alleati sono destinati a perpetuare la propria vittoria.
Mi auguro davvero che a sinistra tutti riflettano!
 




Intervento di Marco Di Lello al II Congresso del PSI - Perugia 9,10,11 luglio 



 
 

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22/03/2010 - "Si è trattato di un'adunata surreale di militanti filogovernativi che nel mondo e' possibile vedere solo nella Corea del Nord di Kim Jong Il, nell'Iran di Ahmadinejad e nella Bielorussia del suo amico Lukashenko. Ora - ha osservato il dirigente socialista - siamo piu'  consapevoli di quale sia il modello di democrazia a cui si ispira il nostro Presidente del Consiglio. Un goffo tentativo per provare a nascondere le gravi difficolta' di un governo in calo di consensi che...

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